La Manicula (o manina) negli antichi manoscritti

La manina (o manicula) è stata per secoli una sorta di evidenziatore di testo per il lettore e la disegnava nei modi più curiosi e bizzarri. Guardate quante ne ho trovate…
Dettagli di tre manoscritti pergamenacei con l'illustrazione di una mano con il dito indice puntato

Per i bambini che imparano a leggere, usare l’indice per tenere il segno, lungo la linea di testo, è un gesto istintivo. E probabilmente lo è sempre stato, tanto che in antichità era usuale disegnare proprio una manina chiusa con l’indice teso, per focalizzare l’attenzione su un determinato punto del testo.
Ma guai a puntare il dito verso una persona, è da maleducati!

Chiamata da palegrafi e codicologi, con l’equivalente nome latino manicula, la manina è stata utilizzata per moltissimi secoli. Pare che ci siano esemplari risalenti alla seconda metà dell’XI secolo anche se si diffusero maggiormente a partire dal XII secolo.
In Italia divennero piuttosto comuni fra il 1300 ed il 1400 ed erano anche piuttosto elaborate, talvolta rappresentate con sfumature di colore o con ornamenti artificiosi.

Solitamente venivano disegnate a margine della pagina ma non è insolito trovarne anche tra due colonne di testo o tra le righe; era un modo per il lettore, di annotare un paragrafo di testo particolarmente significativo, praticamente una sorta di antico evidenziatore.

Gli antichi manoscritti, infatti, avevano dei margini molto ampi, con una percentuale di spazio non utilizzato che poteva raggiungere anche il 40-50% della pagina ed era molto frequente per il lettore dell’epoca, segnare un certo passaggio e aggiungere annotazioni di vario tipo.

Sebbene create principalmente dai lettori, non mancano esempi di manicule professionali ossia disegnate o dipinte dallo stesso scriba o dal miniaturista, probabilmente sotto precise indicazioni del committente.

Nonostante la sua semplicità, lo stile della manicula è molto vario. Alcune hanno maniche elaborate, altre sono stranamente sproporzionate con dita lunghissime poi ci sono quelle decisamente scorrette anatomicamente come quelle disegnate da Petrarca che avevano cinque dita ma non il pollice.

A ben guardare dunque, ogni manicula racconta qualcosa del suo lettore, ci può indicare se si tratta di un frate, di un signorotto o di una dama poiché veniva naturale disegnarla guardando la propria mano.

E secondo voi, che tipo di persona era, colui che ha disegnato questo bel polipetto che tanto somiglia a una doppia parentesi graffa con tanto di prolunga verso il basso?

Queste affascinanti manine sono dunque una sorta di impronta digitale, proprio in funzione della libertà di poterla disegnare a proprio piacimento. E grazie a questo, a volte, è possibile riconoscere un particolare lettore all’interno di un singolo manoscritto o addirittura all’interno di una biblioteca. Sono segni, inoltre, che ci permettono di sbirciare nella sua mente attraverso le parti di testo che aveva reputato importanti. Ma non solo.

Talvolta vi sono riportati, sempre a margine, interi paragrafi perché tradotti in modo non perfettamente congruo rispetto al testo originale oppure pareri discordanti con relative motivazioni.
Insomma il lettore antico non era certo passivo mentre noi oggi ci limitiamo, a volte, a sottolineare le parti che reputiamo interessanti, difficilmente appuntiamo i nostri pensieri e considerazioni e chissà se con l’avvento dei vari lettori digitali, perderemo anche questa opportunità. Voi cosa ne pensate?

La manicula era formalmente inclusa tra i segni di punteggiatura e con l’avvento della stampa a caratteri mobili, diventò un carattere stampabile ma, pur rimanendo in uso fino al XX secolo, col tempo cambiò la sua funzionalità originaria di segna-testo del lettore.

Tra il 1800 e il 1900 il suo uso fu esteso a pubblicazioni, avvisi pubblicitari e segnaletica direzionale. Infine con le nuove tecnologie, la diffusione dell’informatica e la conseguente evoluzione in campo tipografico ed editoriale, la manina cessò di essere usata, probabilmente a causa delle dimensioni, della difficoltà di impaginarla correttamente e per la comparsa di nuovi metodi per mettere in evidenza i testi.

Come osserva Keith Houston però, nel suo libro Shady Characters: The Secret Life of Punctuation, Symbols and Other Typographical Marks,

il margine, un tempo spazio di lavoro e album da disegno del lettore, è stato gradualmente colonizzato da scrittori [ed editori, aggiungo io] che cercano di fornire le proprie note esplicative o commenti.

E dopo questa illuminante citazione non mi resta che concludere questo breve esame sull’uso della manicula (o manina) ringraziando tutti voi che mi seguite già da tempo ma anche chi capita da queste parti in modo del tutto fortuito, grazie di cuore a tutti!
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